le gambe non sanno dove andare
giocano sotto le gonne
ad abbracciare, come di lune
sepolte agli acquedotti
schiuse dai miracoli del pianto
dove la gioia non fa paura
e l’incanto prende le strade
più strette, come una canoa
tra le canne al vento

mi percorrerai, mi giunterai
nelle screpolature
con l’acqua calma
che ci livella
nel tempo/luogo
dell’essere innanzi
ai nuovi muri
alle rocce alte
a guardare
ciò che ci fa giorno
ogni giorno

 

(leggendo Sebastiano)

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la luce accoglie, ci diffonde
invoglia all’acqua, ci risorge
posa il mattino sulla fetta di pane
si insinua tra i baci del buongiorno

e poi ci espone, ci scompone
depone lentiggini sull’ombra
sparge, ci riflette, c’inchioda
agli occhi fitti del bosco

come successe a Biancaneve

leggendo Roberta

diventa ghigno l’altare
dove cade il fiore; la bara su quel filo
liquido di vento che spira alla preghiera

lo scettico – rinchiuso- dà il suo segno
al pianto degli amici, all’amore del padre
che gli aveva perdonato

la caduta dei denti, l’overdose
nel giorno di carnevale, l’averlo lasciato
senza nessuna -ultima volontà

leggendo Francesca

è sempre qui la morte
mi pende alla vita come una marionetta
sull’acqua che rabbocca ad ogni passo

la gola a galleggiare, galleggia la mia nudità
portata sotto l’ultimo cambio uscito dal cassetto

galleggiano i parenti, i lutti come vele
galleggiano le mani, i fiori aperti
che salgono a pregare

leggendo Francesca

tutto ha bocche qui, come autopsie
reazioni di colore indifferenti
alla famiglia che riceve l’olio santo

un cane, gonfio sull’asfalto
deve ancora morire

il velo pietoso è bianco
il rumore, quello dell’ultima canzone
che dà tormento una sola estate

si fece anonimo il settembre
ancora battuto dalla sete estiva
mi sfociò, insanguinata
di un colore bruno alle tempie

il cuore, un pugno
tra i rami del ginepro
e la vita -aperta
come raccolta lacerante
delle bacche

leggendo Francesca

dimmi se vedi
il muro freddo alla pupilla
coi piedi fermi come chiodi
per mantenere l’equilibrio
eppure con la voglia di cadere
senza risalire
a prendere fiato

dimmi se senti la cura, il soffio
dato alla mano per affiancare
spirito e corpo
annessi a questo sguardo
vuoto
a mala pena assorto
quando prego

e dimmi ancora
se alla voce, affidi un suono
o solo opacità
ché il mio stesso sterno
segua l’andamento
del tuo respiro

il tuo nome, lo sogno
da quando incide la pietra
la fotografia, nitida
la camicia a quadri, un urlo
che sembra un sorriso

come se fossi morto a gennaio
tra la posa delle scale
e l’insegna di un bar

viola sul letto, un’intermittenza
che ha già vissuto l’ultimo Natale

leggendo Francesca

la parte più triste della storia
ci lasciò su un prato
a non saper cosa dire
così vicini, che la mia gonna
sfiorava le tue gambe

nell’arioso del declivio

i piedi immobili, perfetti
di noi là -come mai da soli
tranne quelle sere
dai tremori decapitati
fuori dalle persiane
e settembre
che ci portava via